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Volume III - III Concorso 1958. Iniziative per la diffusione di una coscienza urbanistica, a cura di Benigno Zaccagnini, F.A.D.R., Roma 1962.

La legge 1150 del 1942, meglio conosciuta come "legge urbanistica", tuttora in vigore pur con le modifiche non sempre migliorative avutesi in circa 60 anni, privilegiando l'interesse collettivo rispetto a quello del singolo, si era inserita, di fatto, come un corpo estraneo in una società dove l'interesse privato per secoli, pur legittimo, aveva sempre prevaricato quello pubblico: pubblico da intendersi, non come lo Stato contrapposto al cittadino, ma come insieme di singoli e delle loro necessità.

La disciplina ed il pensiero urbanistici, antichi quanto i primi insediamenti umani, per la prima volta nella storia, dopo i preavvisi ottocenteschi legati alla rivoluzione industriale, si trovavano a dover affrontare velocissimi ed imponenti fenomeni sociali ed economici che si manifestarono nel nostro paese nell'immediato dopoguerra: movimenti migratori, industrializzazione, incremento demografico e della produzione, dilatazione degli scambi, nuovi sistemi di comunicazione ed aumento del traffico. Ciò, in un contesto culturale diffuso in cui l'interesse collettivo raramente riusciva a far breccia nell'animo del singolo individuo, reduce da due conflitti devastanti, sempre teso, in un atteggiamento quasi autolesionista, alla conservazione del proprio piccolo e miope campo d'azione con la conseguenza di rendere difficili e precarie le condizioni di vita a se stesso ed agli altri.

Troppo spesso infatti, ancora oggi accade - e la riprova ci viene data dalla difficoltà di intervenire con interventi di recupero e riorganizzazione nelle periferie abusive di molte grandi città – che l'individuo, nella visione limitata del proprio interesse o nel suo ristretto ambito lavorativo, non si rende conto che la sua posizione e la sua attività sono strettamente collegate a quelle di tutti gli altri. Il suo particolare problema e il suo specifico punto di vista non sono altro che un riflesso di prospettive e problemi più vasti che, in molti casi, traggono la loro possibilità di soluzione e soddisfazione dall'azione urbanistica. Ma questa azione e gli interventi che ne conseguono, non possono dare alcun beneficio se non trovano un accoglimento profondamente sentito, in coscienza, da parte della generalità, intesa come insieme di singoli individui.

Purtroppo però, il livello culturale medio della popolazione, italiana e non solo, negli anni cinquanta non era assolutamente in grado di comprendere ciò che era noto a chiunque si interessasse con capacità critica alla disciplina urbanistica: il fatto cioè che da una elementare normativa tecnica, la cui conoscenza e coscienza erano radicate anche nei ceti culturalmente meno evoluti, si era passati ad una urbanistica o scienza della città e del territorio, in grado di affrontare molteplici interessi di carattere giuridico, politico, amministrativo, sociale ed economico nel tentativo di risolvere al meglio un puzzle sempre più complesso. In questa situazione di incapacità di comprendere od "ignoranza" diffusa, la stesura di un piano regolatore o di un semplice programma edilizio veniva sentita dai più, o come un fatto che non li riguardava, o come una iattura da evitare per i propri terreni, oppure come un'occasione di arricchimento del singolo ai danni - o quanto meno a scapito - della collettività; in ogni caso come un fatto ineluttabile.

Le situazioni urbanistiche però non erano e non sono fatti ineluttabili; esse lo sono soltanto nella misura in cui le si accettano passivamente, senza reagire e piegarle alle nostre necessità. Occorreva, e tuttora occorre, comprendere e fare comprendere che la disciplina urbanistica, allo stesso modo di ogni moderna tecnica, è uno dei mezzi più efficaci per il miglioramento delle condizioni di vita dell'uomo. Ecco perché una migliore e più estesa coscienza urbanistica era, è e sempre sarà - forse insegnandone i primi rudimenti fin dai banchi della scuola - il presupposto indispensabile perché l'opera degli urbanisti e l'azione delle autorità che debbono attuare i piani regolatori si traducano in un effetto benefico per la collettività, come per i singoli cittadini.

Il tema della diffusione di una coscienza urbanistica, scientificamente e pedagogicamente affascinante, venne visto pertanto dalla Fondazione come uno dei problemi più pressanti da porre all'attenzione del pubblico e, ancora di più, a quella degli amministratori pubblici. Si trattava di una vera e propria sfida intellettuale che la nazione doveva affrontare ed a cui si doveva trovare preparata per affrontare l'enorme sviluppo edilizio ed industriale dei decenni successivi e che le persone più lungimiranti già potevano intravedere. La questione andava affrontata e la Fondazione fece la sua parte. Purtroppo lo stesso non si può dire per le altre parti interessate al tema (pubbliche amministrazioni, enti locali, istituti di cultura e, perché no, autorità scolastiche).

Chi sa - e purtroppo si tratta di una domanda che non potrà avere risposta - se una più ferma attenzione nei confronti dello sviluppo di questo tema, nell'ambito di un più generale programma di educazione civica, avrebbe prodotto gli stessi devastanti risultati dell'abusivismo edilizio generalizzato che, solo a Roma, in due o tre decenni, ha portato alla realizzazione di circa un milione di alloggi fuorilegge! I due condoni edilizi, i due epitaffi dell'urbanistica del 1985 e del 1994, forse avrebbero potuto essere evitati.

 

 
     
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