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Volume VI - VI Concorso 1964. La tutela dei valori del paesaggio e la formazione di centri turistici nelle zone paesistiche, a cura di Cesare Valle, F.A.D.R., Roma 1968.

L'urbanistica intesa come scienza della città, quasi in antitesi al territorio circostante e contrapposta, anche se dialetticamente contigua, alla scienza edilizia come era avvenuto nell'ultimo secolo, intorno alla metà degli anni sessanta si trovò a dover affrontare un fenomeno paragonabile a quello che é oggi il fenomeno Internet e gli immensi campi di esplorazione e di attività ad esso collegati: l'inizio della motorizzazione di massa ed il conseguente sviluppo del turismo individuale e collettivo. Turismo non più incanalato, nè incanalabile lungo le sole direttrici ferroviarie, ma sempre più presente ovunque arrivasse una strada transitabile da una vettura, specie se le località, così raggiungibili, presentavano un qualche interesse di natura storica, artistica o paesaggistica.

L’"Auto per tutti" (slogan commerciale della FIAT degli anni sessanta), la necessità di evasione dai sempre più congestionati centri urbani e la maggiore disponibilità di tempo libero, indicatore principe di un maggiore benessere economico, si stavano trasformando in una fonte di ricchezza per molte aree del territorio nazionale dotate di una qualche attrattiva turistica e raggiungibili, oltre che con i mezzi pubblici, con mezzi di locomozione privati.

Le dimensioni dello sviluppo turistico, che investì molte aree marginali del nostro territorio, erano tali da costituire un fenomeno che, se non fosse stato correttamente governato, avrebbe potuto divenire ingovernabile in pochi anni e trasformarsi, da fonte di ricchezza, in elemento distruttivo di stratificazioni storiche millenarie, di civiltà locali evolutesi nel corso dei secoli e di paesaggi più o meno antropizzati, irripetibili ed unici al mondo.

Appariva urgente e necessario, quindi, "adottare una disciplina da attuarsi con tipiche metodologie di pianificazione, con strutture urbanistiche ed edilizie codificate attraverso una chiara normativa che sia tale da offrire all’espansione turistica soluzioni che garantiscano la conservazione delle caratteristiche ambientali del territorio, in una visione che inquadri unitariamente i problemi del turismo, del tempo libero e della difesa paesistica con le altre componenti di sviluppo economico e produttivo". (Tratto dall'introduzione di Cesare Valle al sesto volume della collana "Studi Urbanistici").

Il dibattito culturale, che si era sviluppato fin dalla metà degli anni cinquanta sui problemi urbanistici e sulla specifica interfaccia legata al tema del turismo, aveva individuato due principi operativi logici da assumere a base di una chiarificazione scientifica, metodologica ed operativa: a) il turismo non può e non deve mai essere considerato un fenomeno fine a se stesso; b) gli interventi devono essere ben localizzati e concentrati in funzione di volano socio-economico locale.
Nel primo caso, si andava sviluppando una diffusa coscienza che il fenomeno turistico non poteva essere considerato un fattore enucleabile dal resto della vita e dei problemi della società moderna, capace di costruirsi una autonoma forza strutturale e dissociato da essa. L'integrazione del fenomeno con la complessità strutturale del territorio e le necessità delle popolazioni in esso residenti era - e tuttora é - l'unico metodo di utilizzazione, difesa, salvaguardia, miglioramento e valorizzazione di luoghi, città e monumenti.
Nel secondo caso, la volontà, piuttosto diffusa, di fare tutto e dappertutto con la conseguenza di una inesorabile distruzione di un'eredità storica ed ambientale plurimillenaria, andava contrastata con una scelta qualitativa delle localizzazioni turistiche ed una conseguente concentrazione degli interventi. Complessità strutturale, localizzazione e concentrazione: tre concetti che, di per sè, affidavano il problema dello sviluppo turistico e della protezione degli ambienti paesistici alla complessa opera dell’urbanista. Affido spesso contestato, anche da parte di organismi di livello nazionale che tendevano a considerare il problema dello sviluppo turistico un tema autonomo, a se stante e quello della protezione paesaggistica già risolto dalle leggi in vigore.

Ancora una volta la pianificazione e la gestione della complessità di un grande tema, in un territorio sensibile quale é quello italiano, doveva combattere la sua battaglia per un riconoscimento che la paura di far fronte alle responsabilità che il fare comportava, tendeva da più parti a negare. Negazione che derivava dalla difficoltà di comprendere, da parte di un appartato pubblico tendenzialmente immobilista, la dinamica normativa in continua evoluzione che il problema avrebbe richiesto per essere tenuto sotto controllo.
É in questo quadro che si inserì il tema del sesto concorso nazionale bandito dalla Fondazione; un quadro che presentava due filoni culturali fra loro ostili ed antitetici: da un lato, quello sostenitore di una continua pianificazione urbanistica di tipo dialettico al servizio della tutela e conservazione dei beni ambientali e, dall'altro, quello sostenitore dell'intervento a pioggia, a discrezione delle necessità locali e degli umori del momento, inevitabilmente distruttore anzichè conservatore, a tempi medio-lunghi, di beni non riproducibili.

Il tema presentato dalla Fondazione, ancora una volta, colse nel segno, tanto da ottenere una forte partecipazione di studiosi e, per la prima volta, fuori Concorso ma con lo scopo di divulgare al meglio la loro attività, i lavori di due Enti di prestigio istituzionale e culturale: la Soprintendenza ai monumenti della Campania, con il suo progetto di tutela e valorizzazione della zona dei Campi Flegrei e l'associazione Italia Nostra, con un enorme materiale documentario del lavoro svolto dalla stessa associazione, a difesa dei beni paesaggistici italiani. Lavoro che, purtroppo, data la quantità di materiale presentato, non potè essere pubblicato se non per stralci.

 

 
     
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