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Volume IX - IX Concorso 1970. Aspetti del problema delle grandi concentrazioni urbane, a cura di Mario Ingrami, A. Giuffré, Milano 1974

Nei 25 anni trascorsi dalla fine della guerra al 1970 l'Italia aveva fatto passi da gigante. Dopo lo shock bellico ed il crollo dei miti nazionalisti ed imperiali era venuto il periodo della riorganizzazione democratica, seguito da quello della ricostruzione ed infine dal boom economico degli anni sessanta. La cultura e la pratica urbanistica avevano seguito di pari passo questa evoluzione di cui, per quindici anni, la Fondazione era stata attenta osservatrice e, ormai, le tematiche urbanistiche erano state in gran parte affrontate.

Tra gli altri, un tema in particolare restava da porre all'attenzione del pubblico degli studiosi e degli operatori: quello delle grandi concentrazioni urbane. Un tema, anzi, un problema, cui l'Italia arrivava ultima fra le maggiori nazioni occidentali ma che, proprio per questo motivo, poteva essere affrontato al meglio, anche analizzando quelle che erano state le esperienze e i risultati conseguiti nelle altre nazioni.

Nel nostro paese la crescita delle maggiori città, per espansione dal centro verso la periferia, con un lento e costante spostamento del limite del costruito nella campagna circostante (che era pur sempre rimasta campagna) e la stasi (o la ridottissima espansione) dei centri minori dell'hinterland, aveva ormai rallentato la sua corsa e stava per esaurirsi dopo aver dato forma a grandi concentrazioni urbane monocentriche. Agli osservatori più attenti non sfuggiva che, in pochi anni, il modello di crescita si sarebbe trasformato interessando, oltre che le grandi città, anche altri centri ad esse limitrofi, avviando in questo modo un nuovo modello di sviluppo che si sarebbe evoluto secondo una dinamica insediativa autogenerante, se non si fosse riusciti a governare d'anticipo il fenomeno. La moderna area metropolitana pluricentrica, che avrebbe inglobato al suo interno ampi spazi di campagna "urbanizzata", stava per manifestarsi anche nel nostro paese ed, anzi, era già presente in forma embrionale in molte tra le principali città italiane, come ad esempio a Roma.

Il piano regolatore di Roma del 1962 prevedeva una consistente espansione insediativa ad est, verso la zona dei Castelli ed una meno accentuata, in direzione sud-ovest fino al litorale di Ostia.
Nel 1970 molte delle aree edificabili previste dal PRG erano ancora disponibili ma già il dibattito politico le stava relegando sempre di più nel limbo dell'incertezza edificativa. Nello stesso tempo il fenomeno dell'abusivismo edilizio, del self made, si andava polarizzando intorno ai piccoli borghi di Vitinia e di Acilia (in nuce nuovi nuclei centrali), sulla strada per il mare e nelle campagne verso i Castelli; inevitabilmente, gli abitanti di questi nuclei insediativi "spontanei" avrebbero iniziato a gravitare sui nuclei storici centrali di questa zona anziché su quello, ben più lontano ed ancor meno raggiungibile, di Roma. Contemporaneamente, i vari comuni dei Castelli (si noti che il centro di Frascati dista 22 chilometri dal Campidoglio) iniziavano a studiare i loro Piani regolatori e già presentavano ambiziosi progetti di espansione. L'area metropolitana romana stava nascendo e ben pochi se ne rendevano conto, così da poterne governare la crescita ed i problemi che sarebbero derivati da questo salto di scala.

Già nei primi anni '80, ad esempio, l'ospedale di Frascati, organizzato e strutturato per un ben definito bacino d'utenza comunale, ed in particolare il suo reparto di pronto soccorso, si trovò a dover affrontare l'impatto delle necessità di centinaia di migliaia di persone, ufficialmente residenti a Roma e che, pertanto, avrebbero dovuto gravitare sull'ospedale capitolino San Giovanni; ma i tempi di percorrenza, già allora, erano tali che, ben presto, l'ospedale di Frascati si trovò ad essere gravato da una abnorme, quanto imprevista, utenza.

Il problema, in nuce, non sfuggì alla Fondazione, tanto più che, già in quegli anni, appariva chiaro, alle persone più addentro alla materia, il fatto che, molte delle grandi metropoli anglosassoni o del centro Europa, non erano più in grado di svolgere correttamente le loro funzioni; in particolare, quelle legate al governo di fenomeni di massa, alla nuova realtà delle strutture sociali e alla dinamica delle loro trasformazioni, alla conseguente modificazione del modello della città ed all'inscindibile rapporto fra la città ed il territorio.

Il tema fu proposto all'attenzione degli studiosi con il nono Concorso Nazionale e, in questo modo, anche la Fondazione diede il suo contributo per evitare il ripetersi di errori e far comprendere l'urgenza di adottare modelli operativi, vincenti in altri paesi ad economia avanzata.

 

 
     
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